Che cosa e’ la Letteratura cap. V

Adriana Zanese
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STILISTICA. Karl Vossler fu il vero inventore della stilistica letteraria moderna. Egli deriva da Croce lidentificazione di poesia e linguaggio, senza però dissolvere (come fa Croce) la linguistica nellestetica, ma recuperando, con il concetto di forma interna (desunto da W. Von Humboldt) il momento individuale e creativo della lingua. (in tal senso storia della lingua significa storia della cultura e della civiltà di una nazione).

Per W. Von Humboldt il linguaggio è unemanazione dello spirito condizionante la funzione stessa del pensiero. Ogni lingua è caratterizzata da una forma interna, che esprime la concezione del mondo propria della nazione che la parla. (va dunque considerato il processo evolutivo, filogenetico, per cui non basta a uno straniero imparare a parlare quella lingua per acquisire il sentimento e lidea del mondo in essa contenuto). Esemplare è il saggio Sulla differenza strutturale delle lingue umane e il suo influsso sullo sviluppo intellettuale dellumanità.

LEO SPITZER: LO SCARTO DALLA NORMA.
Spitzer è un altro nume tutelare della stilistica del 900, ha fissato il binomio scarto/norma. Le teorie spitzeriane si generano da questa premessa: a qualsiasi emozione (comè lo stato psichico dellispirazione) corrisponde nel campo espressivo un allontanamento dalluso linguistico normale. Insomma, lo stile è lo scarto o deviazione dalla norma.

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MANCHESTER E IL TABU’ DELLE ORGINI

MANCHESTER, E IL TABU’ DELLE ORIGINI

Adriana Zanese

Un’altra strage di civili innocenti. Fino a quando la politica europea non vedrà e non uscirà dall’equivoco circa le origini identitarie degli islamici di seconda e terza generazione, non sarà possibile comprendere e risolvere il fenomeno del terrorismo islamista in Occidente.
Chiamare i giovani terroristi immigrati “francesi”, “britannici” o “tedeschi”, invece che libanese, egiziano o tunisino, è un errore dettato da una visione materialistica della storia, che nega le radici spirituali della civiltà e fa dell’essere umano un soggetto che agisce sulla base di leggi meccaniche di comportamento e adattamento economico/utilitario all’ambiente; una visione che contraddice e nega l’antropologia culturale classica. Nascere in un dato luogo non può tradursi –e di fatti non si traduce- in un’ identificazione culturale e sentimentale con esso e con la popolazione autoctona.
I tecnocrati europei che propagandano l’integrazione ad ogni costo (linguaggio da neo-schiavismo) farebbero meglio a leggere C.G. Jung, là dove il padre della psicologia analitica e studioso di epopee mitiche, parla di patrimonio “psico-filogenetico” e di “serie degli antenati” come realtà vivente nella coscienza profonda di ogni individuo, che non può perciò essere avulso dalla sua storia, né può esserne privato con un semplice atto di cittadinanza imposto per legge.
Ostinarsi –irrealisticamente (e pelosamente) ad ignorare tutto questo si sta rivelando, e si rivelerà, esiziale per i popoli occidentali, soprattutto in Europa. I giovani terroristi che colpiscono le città dove sono nati e cresciuti non sono dei deviati, degli psicolabili plagiati dalla propaganda jiadista sul web, no: sono semplicemente degli stranieri in terra straniera alla ricerca delle proprie origini identitarie. La radicalizzazione, termine inventato dai massmedia, è una foglia di fico della politica europea e nazionale, per cercare di non vedere la verità: questi giovani nati da immigrati non vogliono subire una identità che non gli appartiene e che sentono loro attribuita con la violenza di una imposizione da Stato etico. Si sentono etnicamente “diversi” e poiché questa diversità (la sola che ci è rimasta) non è ammessa in un’Europa mondialista (che tende a cancellare le civiltà omologandole) allora i giovani immigrati ascoltano la voce profonda della loro storia, della loro civiltà e cercano di seguirla, e seguendola incontrano l’Isis, che –in chiave cruenta- rappresenta per essi un baluardo contro il nemico storico (l’Occidente) e una promessa di riscatto da quella “integrazione” di stampo imperialista e neocoloniale alla quale finiscono per ribellarsi in modo sproporzionato. E non sono soli in questo sentimento; perché, come abbiamo sentito, gli altri giovani, gli occidentali offesi in casa propria, si difendono incendiando una moschea. Non è che l’inizio. Se e quando gli islamici saranno milioni in Europa, esploderanno guerre inter-etniche, quartiere per quartiere. Ma a pagare la cecità (o la malafede) dei governanti chiusi nei loro palazzi, sono purtroppo sempre i popoli, la gente che va per strada. La soluzione allora qual è? Restituire dignità e rispetto alle comunità immigrate creando nei loro paesi di origine le condizioni economiche per farvele ritornare e non costringerle a sradicarsi, a cancellare la propria identità emigrando. Si cominci con un impegno delle Nazioni Unite per far cessare i conflitti in medioriente. Sino ad oggi l’Onu ha dato prova di inerzia (se non di connivenza) con gli interessi dell’apparato industriale bellico (le multinazionali degli armamenti e delle ricostruzioni postbelliche) che indebita all’infinito quei popoli già sottosviluppati; un business che vale parecchi miliardi di dollari. In ultimo, va chiarito che l’odio (reale o presunto) contro l’Occidente imperialista è mal riposto: i popoli occidentali non hanno mai, non solo deciso di depredare l’Africa o l’Oriente, ma non ne hanno nemmeno saputo nulla; i nostri bisnonni sono andati a combattere guerre di conquista coloniale economica come carne da macello per arricchire le loro classi dirigenti (re, e industriali, capi di governo) con la bandiera ingannevole “in nome della patria!”. Precisazione non peregrina, questa, che serve a sfatare un altro mito (propagandato oggi da quelle stesse classi dirigenti) secondo cui noi occidentali –intendendo i popoli- dovremmo sentirci in colpa perché per secoli abbiamo sfruttato i popoli africani e asiatici e perciò abbiamo oggi il dovere di “riparare” accogliendoli illimitatamente; mentre esse –le classi dirigenti- continuano a depredarli oggi come allora arricchendosi (vedi Banca mondiale, Fondo Monetario Internazionale, tutte banche private, prestatric di denaro a interesse, e le multinazionali del lavoro sottopagato) scaricando gli oneri e i disagi su noi, cominciando con le tasse per mantenere i migranti, tagliandoci il welfare, e finendo con il lasciarci saltare in aria, massacrati dai terroristi incautamente accolti. Ultima nota: ma i terroristi come mai non colpiscono mai le grandi banche.

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QUEGLI STRANI TERREMOTI IN CENTROITALIA

QUEGLI STRANI TERREMOTI IN ITALIA CENTRALE

Adriana Zanese

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C’è davvero da domandarsi a cosa servono i sismologi, visto che il loro compito si limita ad annotare le scosse di un terremoto già avvenuto e che una popolazione è stata decimata o le sue case distrutte. Ascoltato alla radio, uno di questi sismologi, alla domanda se sia possibile prevedere gli sviluppi di un terremoto, ha ammesso candidamente <bisognerebbe vedere quanta energia è rimasta accumulata nella faglia.> E perché non vai a misurarla? Domanderebbe qualunque persona di buon senso. Possiamo credere ragionevolmente che al principio del Terzo Millennio non esista una tecnologia capace di monitorare le faglie, con delle prospezioni a profondità di 10, 15 chilometri, anche da satelliti? E perché un velo di reticenza sembra ammantare l’argomento sismico? A cominciare dalle contraddizioni mostrate ad esempio nel terremoto ripetutosi in Italia centrale negli scorsi giorni. Cento scosse in poche ore, di cui quattro di magnitudo 5.1. “un fatto straordinario, mai registrato nella storia sismica moderna”. Queste le dichiarazioni emesse dai sismologi agli organi di informazione nell’immediatezza dell’evento, il 18 gennaio. Ma dopo poche ore la versione, diventa, “le scosse di oggi sono una diretta conseguenza del terremoto del 24 agosto scorso”. Allora qual è la verità? (La prima versione, risponderete, e noi pure). Dunque, perché i geofisici non vanno a ispezionare le faglie interessate, per accertarsi di quanta energia vi sia (vi era) accumulata nelle loro profondità? Forse qualcuno teme di scoprire che non vi è (e non vi era) energia sufficiente a scatenare un terremoto di quella portata? Non vogliamo essere sospettosi o sensazionalisti, ma l’ambiguità della materia, l’alone di tabù che la circonda, non può non farci pensare a quella che gli studiosi chiamano “teoria dell’arma sismica”. Insomma, i terremoti possono essere provocati ad arte? Si, rispondono i ricercatori; né manca una sismologia alternativa, che propugna, contro la geofisica ufficiale, che i terremoti si possono prevedere con un monitoraggio appunto delle faglie. Ma veniamo ora al cotè “romanzesco”. Per difficile che sia accorgersene, noi siamo da qualche decennio in una “guerra fredda” globale, combattuta sui mercati finanziari, in Europa una guerra degli stati del nord (Germania) contro gli stati del sud. Questa guerra fredda ha un risvolto oscuro e “caldo” nella lotta “asimmetrica” col terrorismo islamico (anche quella finanziaria/economica ha aspetti terroristici, se si pensa a quanta gente riduce alla disperazione). In questo quadro non è così assurdo aggiungere la guerra climatica e sismica, già in atto, dicono gli esperti, sul pianeta. E che non sia fantapolitica lo dimostra il fatto che dell’argomento si è occupato anche il Parlamento europeo. Ci riferiamo al famigerato Haarp (High Frequency Active Reasearch Program) un progetto scientifico (di origine americana) che usa una tecnologia basata sulla emissione di impulsi elettromagnetici. Si tratta di un’installazione militare/civile di ricerca sulla ionosfera, finalizzata ufficialmente a migliorare le comunicazioni radio. Di fatto pertiene alla sicurezza internazionale. Nato in Alaska, a Gakona, l’Haarp conta 180 antenne, le quali (secondo i teorici dell’arma sismica) emettono onde elettromagnetiche. Queste onde verrebbero fatte rimbalzare sulla ionosfera e dirette su determinate regioni della Terra ricche di faglie. Che cosa accade tecnicamente? Le onde elettromagnetiche nel colpire la ionosfera ne provocano l’innalzamento e di qui la formazione di una cupola capace di produrre una differenza di potenziale in rapporto alla zona sottostante. La faglia (di questo si tratta) subirebbe una variazione energetica tale da alterare gli equilibri sotterranei, causando la rottura delle masse rocciose in attrito. L’energia potenziale, accumulata nei punti di massima pressione tellurica, si converte così in un’enorme quantità di energia cinetica che scatena poi il terremoto.

Se l’Haarp è il progetto più sofisticato, capace di provocare anche cambiamenti meteorologici (piogge violente, gelo, nevicate abbondanti, inondazioni, uragani, slavine, etc) non è però l’unico. Può interessarvi dare altresì un’occhiata al Pamir, un marchingegno artigianale, specifico per i terremoti, che si manovra direttamente da terra, in prossimità della faglia, e che utilizza come vettore delle onde elettromagnetiche anche corsi d’acqua. Montato su un piccolo autocarro, basta un uomo per azionarlo.

Tornando all’Italia, chi e perché (quali agenzie segrete) avrebbe interesse a colpirci in questo modo a scopo dissuasivo o persuasivo? Partendo dall’assunto che, non di rado, dietro i minuetti e le schermaglie diplomatiche (a beneficio dell’opinione pubblica) si nascondono diktat e minacce inconfessabili, la risposta si trova nel ruolo della nostra nazione in Europa e, sul piano geopolitico, nella sua posizione geografica –ineguagliabile- nel Mediterraneo. Un dato è certo, dimostrato dalla storia, dal secondo dopoguerra in poi: ci sono enti più o meno occulti, che vogliono che l’Italia sia mantenuta in una perenne condizione di dipendenza, debolezza, precarietà, insicurezza sul piano economico-finanziario, sociale, etnico (l’immigrazione massiva). Soltanto a queste condizioni i suoi governi saranno manovrabili e ricattabili.

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Wittgenstein e perché diffidare di Twitter

WITTGENSTEIN, E PERCHE’ DIFFIDARE DI TWITTER

Adriana Zanese

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Nel suo “Tractatus Logico-Philosophicus” (1921) Ludwig Wittgenstein esamina il linguaggio di una popolazione primitiva dell’oceano Pacifico (forse nelle isole della Polinesia) e nota come essa manchi del vocabolo per definire il colore grigio. Non possedendolo, quella popolazione era incapace di distinguere il grigio e lo vedeva e identificava come azzurro, perdendo così una parte di realtà.

La cultura è principalmente complessità linguistica, è la lingua che dà forma e costruisce la realtà. Una lingua ricca di vocaboli e di sfumature è basilare per lo sviluppo dell’intelletto, per la capacità analitica e perciò critica degli individui e della massa. Twitter, con la sua concezione di concisione (che non è sintesi) e di rapidità della comunicazione, è fatto per negare tutto questo. Il suo fine sembra quello di ridurre la capacità e il patrimonio linguistico dei popoli (sotto ogni latitudine internautica). Ma ridurre, contrarre la gamma linguistica, e dei segni, equivale a ridurre la facoltà rappresentativa simbolica, che ha nel linguaggio la sua linfa, ovvero restringere l’estensione della realtà di cui disporre, sulla quale costruire il mondo. Se i segni vengono meno, e stiamo parlando di segni evoluti, concettuali (le immagini non lo sono, appartengono alla sfera dell’inconscio, del sogno, dell’irrazionale), se i segni concettuali vengono meno, si restringerà anche la realtà, e sarà facile condizionare, orientare individui e masse in un ambito limitato, di sopravvivenza, paragonabile alle fasi primitive della civiltà, (o se preferite del bambino che impara a parlare) quando bastavano poche parole per non morire di fame e accertarsi che l’uomo sbucato da un’altra caverna non intendeva ammazzarvi. Se invenzioni ufficialmente socializzatici come Twitter riusciranno nel loro scopo, avremo un linguaggio ridotto all’essenziale, privo di sfumature, e di conseguenza un intelletto atrofico, incapace di cogliere differenze, di distinguere tra vero e falso, sarà facile (tra un gioco social e l’altro) propinarci un mondo fatto di pochi parametri, quelli funzionali a servire gli interessi ed obbedire chi comanda. Saremo simili a polli d’allevamento in una stia, pappagallini in una gabbietta piena di giocattoli colorati (se non lo siamo già).

E’ solo un caso se twitter è la voce inglese per cinguettio? Ma to twit significa anche prendere in giro… Il che getta una luce inquietante sull’uso abbondante di twit (prendere per i fondelli) che fanno i politici per comunicare con noi.

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GRILLO E LA GIURIA POPOLARE SUL WEB

GRILLO E LA GIURIA POPOLARE SUL WEB

Di Adriana Zanese

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L’idea di istituire una giuria popolare sulle falsità giornalistiche pubblicate in Rete fa il paio con l’altra idea, di segno opposto, ma convergente, di censurare –cancellandoli- i falsi pubblicati dagli internauti editorialisti freelance. Riteniamo che le due proposte si equivalgano e siano da rigettare entrambe. Stiamo attenti: quando si parla di censura e di tribunali del popolo (noterete la consonanza, il clima rètro, regime versus comitati rivoluzionari) si scende su un terreno minato e la caccia alle streghe è dietro l’angolo. Premesso che la Rete deve rimanere libera (benché non lo sia, e tutti siamo controllati con discrezione da occhi acquattati nell’ombra dei social games) la questione è semplice: se qualcuno pubblica una notizia falsa, in grado di nuocere a terze persone, nomi e cognomi, se ne assume le responsabilità nelle note sedi giudiziarie. Se è falsa e basta, penserà la Rete a giudicare il falsario con i commenti; e questo valga sia per gli editorialisti non blasonati (cioè privi del tesserino dell’ordine) sia per i giornalisti titolati, i quali non sono insindacabili, ché se lo fossero, insindacabili, allora sì saremmo in un regime.

Davvero incomprensibile che l’Associazione della Stampa levi gli scudi sulla Giuria Popolare di Grillo e resti indifferente (così ci è parso) davanti alla proposta di censurare il web cancellando d’autorità i contenuti reputati falsi. Ma vediamo innanzitutto, 1) chi decide se una notizia o informazione è falsa? Dovremmo istituire una commissione apposita? 2) che cos’è una informazione vera? Il vero, la realtà, ci insegnano la filosofia e la fisica, dipendono dal punto di vista dell’osservatore. Da secoli la storia ci mostra come la verità e la realtà siano stabilite dal Potere, cioè dai pochi che comandano sui molti che obbediscono. Non abbiamo appreso dalla grande letteratura (G. Orwell, A. Huxley) che il Potere ha bisogno della menzogna per autoconservarsi e che su di essa si fonda fatalmente? Non si può dire la verità quando ci sono tante bocche da sfamare e tanti interessi da soddisfare: quelli delle èlite sono antropologicamente in contrasto con quelli della massa. Da questo dramma sono nate le grandi utopie (e falsificazioni) socialiste-comuniste del XIX secolo e gli orrori delle rivoluzioni francese e bolscevica. Quanto al Potere, certo ci sono molte gradazioni, le democrazie occidentali non sono la dittatura sovietica o nazista, e i dissidenti, cioè quelli che accusano il Potere di falsificare la realtà non vengono eliminati più fisicamente, bensì demonizzati, ridicolizzati (Grillo) o più spesso “oscurati mediaticamente”, non esistono nell’informazione e nella cultura ufficiali; ignorati dalla massa, non possono nuocere. Tuttavia, come negare che le notizie che riceviamo ogni giorno, a tutte le ore sono spesso confuse, contraddittorie, in specie quelle che arrivano dall’Europa e in materia finanziario-economica. Esempi: lunedì: l’Fmi (Fondo Monetario Internazionale) vede al ribasso le stime della crescita italiana. Martedì: la Bce dichiara di vederle al rialzo, ma che il Qe (quantitative easing) non può risolvere i problemi strutturali dell’Italia. Mercoledì: l’Istat parla dell’aumentata fiducia delle imprese. Giovedì mattina: l’Istat parla del calo della fiducia dei consumatori, cala la spesa alimentare, il pil cresce meno del previsto ed anche le imprese sono preoccupate. Giovedì pomeriggio: la Banca d’Italia ammonisce di stare attenti al debito pubblico e di tagliare la spesa pubblica, occorrono sacrifici. Venerdì mattina: la Banca d’Italia raccomanda di abbassare le tasse e di fare investimenti pubblici. Lunedì: le associazioni dei Consumatori e diversi organi di stampa lanciano l’allarme sull’imminente rincaro di tariffe e prezzi degli alimentari: una stangata per le famiglie italiane. Venerdì: enti imprecisati, col conforto di un economista, annunciano che l’Italia è in deflazione, non capitava dal 1959 (ma se non si parla d’altro da 5 anni! Ndr). Il guaio sapete qual è, per questi enti? Che i prezzi sono troppo bassi, non ci sono consumi (evidentemente perchè la gente è impoverita, ndr). La soluzione, dice fermamente l’economista, è aumentarli i prezzi, così da far crescere l’inflazione e vedrete che la gente (che non aspettava altro!) finalmente correrà a comprare! Dove si dimostra che ciò che è illogico e negativo viene fatto passare per scientificamente logico e positivo: l’economia risorgerà, non importa se le famiglie andranno a fondo.

Come può lo spettatore, il radioascoltatore minimamente attento (cioè non imbecille) non avere l’impressione che qualcosa non va, che una cortina fumogena gli venga gettata sul viso (che lo prendono per i fondelli) chissà perché? Provate ad ascoltare i notiziari, in specie gli approfondimenti, quei salotti dove gli opinionisti parlano con i poveri ascoltatori fiduciosi, pieni di lodi (ultimamente sempre meno). Quegli opinionisti ingaggiati, si direbbe, per proiettarvi in un mondo predisposto, aggiustato, un mondo prefabbricato che ha quella certa misura 4×4, e lì dentro vi invitano ad entrare e a guardare, come in una scatola dei giochi, dal cui foro si può vedere solo quella prospettiva, quella porzione di realtà immaginosa, e notate con quale tono bonario, quasi dimesso e rassicurante vi invitano, ma fermamente, a rimanere dentro la loro scatola dei fatti del mondo accomodati da loro, persuadendovi a starci buoni e contenti, ché altro non c’è da fare, perché fuori da quella scatola non c’è niente di meglio, c’è solo l’improbabile, il riprovevole, il ridicolo, il nulla.

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