IL MEMORIALE DI MORO (appunti per un romanzo)

Il MEMORIALE DI ALDO MORO

 

Un’anticipazione e un presagio dell’Italia futura

di Adriana Zanese Image

“Mi trovo in un dominio pieno e incontrollato”, questa frase allegorica, evocativa e di gusto pressoché gotico fu decifrata correttamente da diversi intellettuali (stilisti della rivoluzione) del tempo come un riferimento, non già psicologico, bensì urbanistico alla situazione del prigioniero: mi trovo in un condominio popolare che non avete controllato, venitemi a cercare. Ovvero la via Montalcini al quartiere la Magliana di Roma. Ma nessuno degli inquirenti vi diede credito, come non ne diede alle lettere quotidiane di supplica che lo statista rivolgeva ai potenti, suoi pari fino a pochi giorni prima, e che dopo il sequestro levarono un muro d’incomprensione, d’impenetrabilità tra sé e lui, quasi fosse diventato un appestato, un capro biblicamente infetto, così ogni messaggio fosse pervenuto dal prigioniero, il quale si poteva solamente sacrificare. La frase allegorica e criptata è un saggio e un cifrario per leggere questo memoriale suddiviso in capitoli, il cui particolare interesse consiste nella sua interpretabilità, nella sua concezione di opera aperta, come sono aperte le statuizioni dei vati e dei profeti, proiettate verso il futuro.

Prima di affrontare questo aspetto bisogna porsi una domanda che molta saggistica investigativa si è posta in questi anni: perché e per volere di chi Moro fu ucciso?

Assodato che le Br furono una manovalanza –non si sa fino a che punto inconsapevole- ciò che è emerso nei processi e nelle inchieste delle commissioni Moro e Stragi- perché lo statista doveva morire? Si è risposto, a causa della sua politica filoaraba, e perché era l’autore di una specie di ubris, la chiamata del Pci in un governo di unità nazionale. Il 16 marzo il partito comunista avrebbe dovuto entrare a far parte di un esecutivo guidato da Andreotti? Il sequestro fu un segnale di dissuasione subito raccolto? Di fatti, il Pci non entrò nella compagine dell’esecutivo di solidarietà nazionale che risultò monocolore Dc con l’appoggio esterno di Pci, Psi, Pri, Psdi.

Analizziamo il memoriale. Un velato antieuropeismo lo pervade a più riprese; quell’Europa atlantista voluta da Roosvelt e da Churchill con la conferenza di Yalta. Un’Europa percepita già allora come un assetto tecnocratico, privo di ideali, o con ideali di facciata, che vedeva uomini nuovi della Dc, della Confindustria e delle Banche pronti a trarne vantaggi e potere. Moro mal soffriva l’ingerenza degli Usa e di alcune potenze europee (Germania) negli affari italiani. C’ è la constatazione amara di un degrado della Dc con l’ingresso dei laici e la perdita della sua motivazione ideologica cristiano-sociale. A riprova egli cita gli scandali affaristico-mafiosi dell’epoca, presagendo la rovina del partito. C’è anche l’ambiguità degli Stati Uniti nei suoi confronti, attraverso i contatti con gli ambasciatori americani; l’apparente incomprensione, o non piena comprensione, da parte degli Usa di quel che stava accadendo o che si profilava nell’establishment politico e di governo. Il Pci, dopo il successo elettorale del 20 giugno 1976 rivendicava la codirezione dell’emergenzanazionale (grave crisi economica e sociale, rivolta delle piazze, attentati quotidiani a uomini delle istituzioni), mentre la Democrazia Cristiana ed altri partiti di coalizione frenavano. Alla fine si era raggiunto un accomodamento nella definizione di un equilibrio di garanzia (una sorta di clausola di salvaguardia) che non avrebbe (almeno a breve) consentito al Pci di andare oltre la responsabilità della non-sfiducia.

Questa la situazione, stando a quanto scrive il prigioniero politico. Dove stava allora il pericolo della presa di potere comunista da sventare e sventato con la sua cattura?

Moro, da sue dichiarazioni e dalla sua condotta, non aveva più un ruolo di primo piano, e forse nessuno, nelle istituzioni; vi aveva rinunciato, considerando la propria carriera politica esaurita. Aveva rifiutata la carica, pressantemente offertagli da Andreotti e dai principali esponenti Dc, di presidente della Camera. Era insomma in ritiro. E se accetta, pressato, la nomina di presidente del Consiglio Nazionale del suo partito, lo fa a titolo onorifico, lasciando il ruolo operativo al segretario Zaccagnini. Benché, egli ammetta e rivendichi il patronage della designazione (“ti ho investito io”) di Andreotti a capo del governo.

In ogni modo, per quanto in ritiro, gli restava addosso un’aura di statista e di uomo politico carismatico, il realizzatore di quell’ attenzione al Pci che aveva infranto un tabù, chiamandolo nell’esecutivo, sia pure con la formula della non-sfiducia, in un clima di pacificazione nazionale reclamata dall’inquietudine dei tempi, dalla guerra civile strisciante, dalla necessità di fronteggiare quella strategia della tensione, che –Moro ne è certo- veniva da oltre confine. Berlinguer peraltro gli aveva chiarito di non avere accettato un matrimonio, che del domani non v’era certezza. C’era la base assai scontenta, a cui dover render conto, che tumultuava in piazza contro il compromesso storico (sembra quasi oggi, forse con più serietà e consapevolezza, allora).

LA PISTA CIA – Stando così le cose, come ce le racconta Moro, torniamo ai mandanti della sua eliminazione. Ipotizzare la mano degli Usa (Cia) è avvincente ma non supera la logica: se è vero (si veda l’intervista all’ex agente Pieczenik) che Kissinger segretario di Stato profferisce minacce a Moro in visita a Washington nel settembre 1974 (due mesi prima di presiedere il governo) dissuadendolo dal continuare la sua politica filocomunista, avrebbe avuto senso fermare l’esponente Dc già in quel tempo, non quattro anni dopo, quando egli era ormai al tramonto e le leve del potere politico-economico (c’era anche l’autonomismo mediterraneo di Moro) erano in mano al più trasformabile Andreotti. Delle due una, o, come al solito, gli Americani erano male informati sulle cose italiane, oppure si sarà trattato di una vendetta postuma, in stile piuttosto mafioso e secondo i canoni di certa Cia, quale si legge nei romanzi di Tom Clancy e di Robert Ludlum.

LA PISTA DEL KGB – Ancor più improbabile l’ipotesi di una matrice Kgb. Scrive Moro (documentato dai servizi di sicurezza italiani) che nella strategia della tensione vi era certamente la mano di potenze straniere occidentali ansiose di restaurare l’ordine seguito allo sconquasso del ’68. (Non è chiaro peraltro cosa egli pensi dell’Urss in proposito). Volendo ammettere un coinvolgimento dell’Unione Sovietica finalizzato a sventare l’ascesa pacifica al potere del maggior partito comunista d’Occidente, smontando così il dogma della rivoluzione salvifica, più logico sarebbe stato in tal caso colpire il coautore del compromesso storico. Berlinguer era quello da rapire. Si pone imprescindibilmente il ruolo del Pci, al di là delle apparenze e della linea di fermezza, il rifiuto cioè a trattare coi brigatisti, per via di quella comune foto di famiglia; linea sulla quale sono cadute di recente molteplici ombre. Era solo questa la verità, o c’era dell’altro? Il Pci, si dice, era infiltrato da agenti della Cia (oltrechè del Kgb) ovvero, il Pci (tramite una sua corrente destrorsa europeista, migliorista) era pre-avviato verso un revisionismo di marca liberal americana (propagandata a Washington dal giovane Napolitano).

Qualunque sia stata la mano straniera (probabilmente Usa) che ha colpito il nostro statista, va detto delle connivenze, per viltà, per cinica ambizione, di alcuni, molti uomini della Dc, per i quali Moro era divenuto una presenza ingombrante (scrive egli, volete liberarvi di me, lo so) se non pericolosa. La pericolosità del carismatico presidente era di qualità morale, consisteva nel fatto che egli aveva saputo rinunziare al potere ed era perciò assurto a coscienza critica (socratica) di quanti, in ogni parte politica, quel potere perseguivano o detenevano, a costo di compromessi (già di nefandezze) indicibili e in danno attuale o futuro dell’Italia. E non si trattava solo di arraffare il denaro pubblico commerciando poltrone in istituti finanziari e asset statali, ma, già all’epoca, di consegnare la nazione nelle mani di potentati stranieri, tramite organismi sopranazionali: questo sentimento si coglie, è implicito nel pensiero di Aldo Moro e induce a credere che mai egli avrebbe acconsentito a perdere la sovranità del Paese, a nessun titolo.

IL GIUDIZIO SUGLI UOMINI POLITICI – Si è parlato soprattutto del giudizio di Moro su Andreotti, una condanna netta. Ma anche quello su Cossiga è illuminante: “un uomo che ha bisogno di essere guidato, e che subisce l’ascendente di Berlinguer più che di Andreotti”. Nel suo stile criptato, che cosa avrà voluto intendere con quest’accostamento Cossiga-Berlinguer, in un momento in cui da essi dipendeva la sua vita? Moro non usava le parole a caso, come i preti e gli psicanalisti, conosceva la forza dei significati a livello subliminale.

In queste pagine si trova non solo l’ Italia del 1978, ma anche quella a venire, l’odierna. Moro ne coglie le premesse infauste e vaticina il declino etico della politica e con essa della nazione. Per capirlo sino in fondo bisogna leggere l’ultimo capitolo del memoriale, nel quale egli nomina tutti, compagni di partito e avversari politici: tutti quanti lo hanno abbandonato al suo destino con l’equivoco appiglio della fermezza. Egli lo sa (malgrado s’illuda che stia per essere liberato, affidandosi ormai alla sola generosità dei carcerieri) e non salva nessuno, nemmeno Berlinguer, gettando ombre di meschinità politica su quell’intransigenza che -lo vedeva- mascherava opportunismo (da ob+portus, del vento che spinge verso il porto) e tradimento, non solo verso di lui.

 

 

(Appunti per un romanzo)

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About Adriana Zanese

ADRIANA ZANESE Ha studiato Lettere e Filosofia presso la Facoltà di Lettere dellUniversità La Sapienza di Roma. Regista, sceneggiatrice, soprattutto scrittrice. Storica della Cospirazione Globale. Esperta di letteratura anglo americana. Nel 2015 ha fondato il Movimento Letterario Laltra Letteratura Scrittori Indipendenti che tiene ogni anno un importante Festival della Letteratura dedicato agli scrittori che pubblicano autonomamente sul Web. Il Festival si svolge con la partecipazione di importanti istituzioni pubbliche. Adriana Zanese ha pubblicato: Il Velo di Maya poesie, semifinalista Concorso di poesia di Genova 2012, Editore ilmiolibro.it/Feltrinelli (2012); Yermary, teatro, editore ilmiolibro.it/Feltrinelli (2012); Abduction, teatro, editore ilmiolibro.it (Gruppo Editoriale LEspresso) (2013) e Kindle di Amazon.it (2016); The vanishing lady, script, Editore Lulu.com (2013); Donna dai due volti, script, Editore Lulu.com (2014); Scomparsa, romanzo, Editore ilmiolibro.it (2014) e CreateSpace/Kindle di Amazon.it (2015 e 2016); Gli Illuminati di Sion, saggio storico (due volumi) Edit. CreateSpace e Kindle di Amazon.it. (2017); Adriana Zanese Ha studiato Lettere e Filosofia presso la Facoltà di Lettere dellUniversità La Sapienza di Roma. Regista, sceneggiatrice, soprattutto scrittrice. Storica della Cospirazione Globale. Nel 2015 ha fondato il Movimento Letterario Laltra Letteratura Scrittori Indipendenti che tiene ogni anno un importante Festival della Letteratura dedicato agli scrittori che pubblicano autonomamente sul Web. Il Festival si svolge con la partecipazione di importanti istituzioni pubbliche. Adriana Zanese ha pubblicato: Il Velo di Maya poesie, semifinalista Concorso di poesia di Genova 2012, Editore ilmiolibro.it/Feltrinelli (2012); Yermary, teatro, editore ilmiolibro.it/Feltrinelli (2012); Abduction, teatro, editore ilmiolibro.it (Gruppo Editoriale LEspresso) (2013) e Kindle di Amazon.it (2016); The vanishing lady, script, Editore Lulu.com (2013); Donna dai due volti, script, Editore Lulu.com (2014); Scomparsa, romanzo, Editore ilmiolibro.it (2014) e CreateSpace/Kindle di Amazon.it (2015 e 2016); Gli Illuminati di Sion, saggio storico (due volumi) Edit. CreateSpace e Kindle di Amazon.it. (20Letteraturarialista, intellettuale dissidente, leader del movimento letterario L'ALTRA LETTERATURA SCRITTORI INDIPENDENTI. Inventrice della Rassegna letteraria del selfpublishing sul web, L'Altra Letteratura , che si tiene ogni anno a Roma in sedi istituzionali.
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