IL NUOVO MOVIMENTO FEMMINISTA

parte da Milano e il Parlamento s’interroga

 di Adriana Zanese

     Sull’onda lunga e tumultuosa del caso Ruby (con la sua indecente e martellante messinscena) si è accesa in tutta Italia la protesta delle associazioni femminili, in testa il movimento milanese “Se non ora quando”, che ha raccolto le adesioni della cultura femminile ed ha portato in piazza 1 milione di persone il 13 febbraio. Il tema della protesta (documentato da un cortometraggio, Il corpo delle donne) è quello della mercificazione sessuale, l’umiliazione dell’immagine femminile, non solo nei programmi tv ma in molta pubblicità. L’appello è stato accolto prontamente dalla politica, che in Senato (seduta del 9 marzo) ha affrontato la problematica presentando diverse mozioni a firma di senatrici di ambo gli schieramenti. Se la loro approvazione è stata rinviata allo scopo di pervenire a una mozione unica, e dunque più forte dinanzi al governo, è interessante qui accennare ai contenuti delle analisi proposte nella discussione. Analisi che vanno dall’irrealismo monolitico della figura femminile nelle fiction (antipatica donna in carriera o angelo del focolare o stupida tout court; più spesso cinica venditrice del proprio corpo per “arrivare”) fino all’identificazione de-realizzante e più volgare del corpo femminile con il prodotto reclamizzato. Le mozioni delle senatrici convergono sostanzialmente sulla necessità di varare una legge di regolamentazione della comunicazione tutta (inclusa Internet) che garantisca la dignità e la verosimiglianza della raffigurazione femminile, che ne rinnovi la visione nella coscienza collettiva. Il fine è quello di uscire dal circolo vizioso di una proposizione di modelli negativi che recepiti dal pubblico, più o meno inconsapevolmente, induce comportamenti emulativi, svalutativi e aggressivi (come vediamo dalle cronache) nei confronti della donna. Forse per esigenze di sintesi, ci pare sia mancata nelle analisi (salvo uno o due interventi) una prospettiva più ampia e storicizzante della questione. E in verità, qualcuno da destra ha provato a farla risalire alla cultura del ’68, alla sua indiscriminata ideologia libertaria scardinatrice di valori (tra i quali la sacralità, in senso mitico, del femminile). Da sinistra si è subito replicato rintuzzando il carico di responsabilità. E’, secondo noi, un errore. Invertire la deriva culturale e civile di una società (non solo la nostra, l’imbarbarimento è globale) esige la presa d’atto del fallimento di certi ideali della giovinezza e riconoscere come quella rivoluzione che movendo dall’uccisione del padre (il principio di autorità) finiva con la liberazione della donna (madre, amante, sorella e lesbica) si sia, per difetto di lucidità (anche attraverso la sconfitta traumatica della lotta armata) poi consegnata a quel sistema che si proponeva di abbattere: il Potere, da sempre fabbricatore di realtà e di menzogna (non c’è potere senza menzogna). Oggi, lo si chiami tardo capitalismo globalizzato, o nuovo ordine mondiale, è ciò che guida il mondo, l’economia politica sovrapposta alla politica metafisicamente intesa, ammantata di parole d’ordine, democrazia, libertà, diritti umani, dietro e per mezzo delle quali surrettiziamente si esercitano le lusinghe del benessere produttivo/consumistico (beninteso ridistribuito). A tali lusinghe hanno ceduto e cedono intellettuali e artisti, prostituendo la loro creatività alla vanità di una fama caduca (anche talvolta alla fame) concorrendo a produrre (cinema, tv, narrativa) quel che i committenti e i guardiani dell’accesso richiedevano e formando il cattivo gusto del pubblico,  della critica, nel noto circolo chiuso che ha condotto allo scempio di ogni valore, di ogni estetica che non fosse quella della bruttezza e della turpitudine. Nessuna meraviglia allora se la donna, sempre lei, sia stata posta al centro di questa abiezione. Non più solo la donna oggetto anni 70, peggio: una pupattola grottesca, priva di fascino e dai tratti teppistici, che avrebbe fatto orrore a Dante, a Proust e a Saffo. La maturità o la senescenza gioca brutti scherzi: è davvero curioso che oggi, insieme alle giovani generazioni di femministe, scendano in piazza di nuovo quelle intellettuali d’antan che con il loro linguaggio “trasgressivo-emancipativo” hanno avvilito la figura femminile, e maschile, istituendo una retorica dell’indecenza che ha fatto proseliti e creatori dell’imago femminile ora stigmatizzata. Ancor più paradossale, che tra le promotrici del nuovo variegato movimento di rivendicazione femminile vi siano note donne politiche (veterane di celebri battaglie) che, parallelamente alla dignità e ai diritti umani della donna, propugnano la legalizzazione della prostituzione. Come si vede, molto c’è ancora da chiarire nella coscienza femminile prima di essere vittoriose.      

 

           

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